Ci sono trentenni e trentenni, al giorno d’oggi.
Quelli che scappano dalla città di provincia in cui sono nati, per affrontare gli studi universitari e cercare un lavoro che, sempre nella città in cui hanno emesso i primi vagiti, comporterebbe la stessa difficoltà che troverebbe un lustrascarpe lusitano se lavorasse in spiaggia.
O quelli che tornano in città, freschi della loro laurea specialistica, fanno ogni notte le 4 del mattino, si svegliano in tempo per il pranzo (quasi avessero una sveglia all’interno dello stomaco che li desta anche dalla più colossale delle ubriacate) e che – per amore di famiglia, forse – i genitori non si decidono a cacciare di casa.
Poi ci sono quelli che, subito dopo la maturità, decisero che era meglio lavorare (per volontà propria o per effettivo bisogno, non ci è dato saperlo) anzichè perdersi fra le aule di università e oggi si ritrovano ad avere un lavoro messo costantemente in pericolo da questo o quel governo, dal caro-petrolio, dal caro-vita o dal caro-lei.
Ci sono, inoltre, quei trentenni (per la verità, rari come un contratto a tempo indeterminato) che hanno deciso di remare contro corrente.
Questa è una categoria di trentenni che puzza di vecchio, nel senso che si credono vecchi ma sanno anche di rappresentare un’alternativa alla moda corrente dell’aperitivo e del fare l’alba sorsando drink.
I trentenni sopracitati amano spolverare i loro ricordi come fossero reliquie di tempi che non torneranno più. Non a torto. Vivono nel perenne ricordo dei primi anni ‘90 e, per loro, la più grande catastrofe del secolo scorso non sono stati nè il nazismo (con tutta la serie di orrori, brutture e distorisioni che si porta dietro) nè il giorno 11/09/2001. Il mondo, pur nella sua bieca e inconfessabile tristezza, ha superato il nazismo e cerca – con tutti i modi possibili e immaginabili – di mettersi alle spalle le torri gemelle e la ferita inflitta al centro del mondo newyorchese. Non nel miglior modo possibile, ovvio. Loro, invece, devono ancora abituarsi a vivere senza Kurt Cobain. Ed è un bel dito in culo, con licenza poetica parlando. I trentenni di questo genere si sentono traditi e non hanno tutti i torti. Prima dal punk, poi dal grunge e infine dal metal. A lungo e invano hanno aspettato il nuovo Cobain, ma il tempo non ha fatto che aprire loro le porte della disillusione. Sembra come se stessero ancora elaborando un lutto di cui non vogliono prendere coscienza e ogni nuova boyband travestita da gruppo rock, come ogni pazzo che prende in mano una chitarra o si inietta tonnellate di merda in vena vengono visti come i nuovi profeti della ribellione del genio che è in loro.
Con la sgraditissima sorpresa che il loro genio puzza di vecchio, appunto, e di noia. Vivono nell’epoca dell’aperitivo, del tirare l’alba per forza e del caprismo: un movimento, tutto materano, che porta centinaia di giovani a frequentare una determinata zona o un determinato locale per un periodo non superiore al mese e mezzo. Aspettando, però, che un nuovo Cobain li porti in quei locali fumosi e puzzolenti di birra o in lounge bar dove si nominano gli Iron Maiden come in chiesa una vecchina nominerebbe Belzebù. Come capre, appunto.
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