Stranezze d’Italia

9 10 2008

A Gela, popoloso comune della provincia di Caltanissetta, noto più per fatti di mafia che per ubicazione geografica, pare non esista nemmeno una libreria. (Fonte: CorriereDellaSera.it)

A Matera, 60mila abitanti, culla dell’arte in Basilicata, città che aspira a divenire capitale europea della cultura – non ho ancora capito per quale era geologica decideranno, negli alti palazzi comunali, di presentare la candidatura – le librerie ci sono. Poche, ma ci sono. La piaga che il materano tendente all’intellettuale ma troppo poco snob per diventarlo, pop per necessità ma rocker per vocazione deve combattere non è l’esiguo numero di luoghi di lettura disponibili, ma l’alto tasso di crescita delle scuole da ballo.

Roba che tra un po’ faremo invidia a Cuba intera…

E’ un virus che ha trovato anticorpi scarsi in questa città. Prima o poi qualcuno verrà a proporvi di cimentarvi, tutti insieme, nei passi di danze esotiche, che solo a conoscerne nomi e varianti bisogna frequentare un corso a parte.

Chi legge questo blog sa che la mia ironia lascia sempre aperta una porta anche alle vittime dei miei post irriverenti (esclusi i vecchi rincoglioniti che bloccano il traffico con i loro 10km/h su strade larghe quanto Avenida da Liberdade – ogni tanto esagero – e i ceffi che accendono i fendinebbia in città anche quando l’unica traccia di foschia presente è quella nelle loro teste). Spesso e volentieri, però, l’irriverenza è figlia di una realtà che poco concede al pensiero, a una visione differente rispetto alla stessa realtà in cui viene proiettata.





Il Potenza in testa. A me?

8 09 2008

Capita che in regioni come la mia, la Basilicata, esistano rivalità calcistiche e campanilismi che si nutrono di battaglie nei rispettivi stadi cittadini.

Se dal capoluogo di regione (Potenza) giungono cori del tipo “Chi non salta del Matera è”, circoscrivendo il disprezzo ai soli tifosi biancazzurri e non all’intera comunità materana, dall’altra parte della barricata non si lascia nulla al caso: dallo storico “Chi non salta è potentino” al meno simpatico “Potentino pezzo di [omissis]“, tanto per evitare spiacevoli dimenticanze.

Lo scrivente, dal canto suo, in quanto pseudonimo di nascita lisboeta ma di residenza materana, limita la propria avversione ai soli colori rossoblu. Per il resto, ho alcuni amici e conoscenti nella città di Potenza con cui vado d’amore e d’accordo. Ssshh, non ditelo in giro, mi raccomando.

Il problema, però, si presenta nella sua forma cronica quando noi materani ci ritroviamo, fra le pagine di un quotidiano regionale – per giunta, nella sezione dedicata alle notizie della nostra città -, la pubblicità della campagna abbonamenti del Potenza (la foto in alto a sinistra: metà pagina sottratta, che ne so? a questa o quella diatriba politica in atto nel consiglio comunale, alla sagra della fava…), con un pay off che alimenta la fervida fantasia di noi tifosi materani: “Hai sempre il Potenza in testa?”, con tanto di visual raffigurante una nuca glandiforme dai capelli cortissimi, su cui è disegnato magistralmente il logo della squadra di calcio del capoluogo regionale.

A una domanda così, uno come dovrebbe rispondere? E poi, caro responsabile delle inserzioni sul Quotidiano, quanti abbonamenti pensi di far vendere alla società rossoblu se inserisci la pubblicità della squadra di calcio più odiata dai materani proprio nella loro cronaca quotidiana? Un po’ come inserire il logo del Pisa nel Vernacoliere, eh…





Del Codice della Strada e dei suoi articoli misconosciuti

28 08 2008

Quando ero un adolescente poco incline all’eremitaggio, abitavo nell’estrema periferia nord della città.

Si può dire che quel luogo di confine urbano rappresentasse una scuola a cielo aperto, senza libri da studiare o compiti da fare a casa. E’ proprio in quella periferia che ho imparato a odiare gli autisti indisciplinati. Tutta colpa di Albero di Natale.

Albero di Natale, al secolo Francesco, abitava qualche centinaio di metri più in fondo rispetto alla palazzina in cui vivevo io. Era un ragazzo tranquillo, che nè io nè i miei amici conoscevamo personalmente ma, ahilui, da noi era considerato una star. Non perchè lo vedessimo sempre in compagnia di ragazzine carinissime, ma perchè possedeva un motorino rosso, simile al Califfone, con bauletto nero, che lui stesso aveva modificato con una serie sconsiderata di luci, che quando lo vedevamo passare di sera, sembrava che stesse guidando un abete addobbato per le festività natalizie.

Ho raccontato questo aneddoto del mio sconsiderato passato perchè poco fa, mentre tornavo a casa, dietro di me si è piazzata un’auto nera con luci anabbaglianti e fendinebbia anteriori accesi. Sono uno pseudonimo che ha la fortuna di guidare ma, lo ammetto, sono anche un autista dal vaffanculo facile, inutile nasconderlo. Non sopporto determinati comportamenti come, ad esempio, vedermi un’auto quasi attaccata al mio portabagagli in attesa del momento buono per farmi il sorpasso. E’ una cosa che molti automobilisti odiano e non dite che sono il classico italiano stressato dal traffico e dai ritmi frenetici della vita perchè a Lisbona, la città che mi ha visto nascere (artisticamente, si intende), città con oltre un milione di abitanti, città dalle strade scorrevoli e ampie, a Lisbona – dicevo – il 90% degli automobilisti non ti poggia il muso della propria auto sul culo e lascia passare anche i pedoni più arditi, quelli cioè che attraversano lontani due metri dalle strisce pedonali.

Dicevo della bestia (ma anche no: il mondo animale potrebbe ritenersi giustamente offeso…) con fendinebbia anteriori accesi, in città, alle 19.40 circa, che mi si è piazzato in culo per un bel tratto di strada. I tipi come quello forse non sanno nemmeno di essere in contravvenzione. E io, allora, che ci sto a fare? Sappiate, voi che usate indiscriminatamente i fendinebbia come foste donne che usano assorbenti durante il ciclo che dovreste ripassare attentamente l’articolo 153 del Codice della Strada.

Quelli de L’Espresso mi danno ragione.





Nè pugliesi nè lucani…

22 08 2008

Siamo nati in una terra di confine, noi materani, per cui emigrare diventa poi una scelta difficile. Oppure obbligata.

Difficilmente sniffiamo odore di malavita nella nostra città e, con altrettanta difficoltà, riusciamo a goderci le essenze profumate di vita che i locali alla moda e i negozi delle griffes emanano, come fossero ragazze pronte per la loro prima notte in discoteca.

Lasciare alla memoria questo avamposto lucano vicino alle terre appule è la cosa più semplice e complicata al tempo stesso. Soffriamo della sindrome della unicità di un luogo, noi materani. Ovunque andiamo sembra come se ci mancasse qualcosa e il più delle volte non sono nè mamma nè papà nè tantomento la nostra cameretta. Sappiamo adattarci meno rispetto a un campano o a un pugliese. Non ci lasciamo camorra o Sacra Corona Unita alle spalle, noi; niente morti ammazzati nè scippi e borseggi nel centro storico. Nessun coprifuoco, nemmeno nella più buia via dei Sassi. Ma sentiamo il bisogno della vita in una grande città, l’affacciarci su mondi così lontani da noi, le scorrazzate in questo o quel centro commerciale la domenica pomeriggio. Bari è vicina eppure così lontana. Abbiamo ereditato il peggio dai nostri vicini pugliesi. L’aria fighetta di Altamura e non l’intraprendenza dei suoi commercianti. L’elogio al neomelodico napoletano del tamarro gravinese in trasferta piuttosto che le fiere della cittadina barese. L’amore per il mare di Taranto e il suo golfo piuttosto che raggiungere nuovi lidi che non siano forzatamente Salento e Sardegna. Ma qui rischio di inciampare nei più biechi luoghi comuni, come del materano che si riscopre amante di Piazza Sedile nel mese di agosto 2008. Nota per i non materani: sono secoli che quella piazza è lì e fino al mese scorso, tolti i soliti cani, le solite auto parcheggiate, i ragazzi del Conservatorio e i turisti che vanno sù in Piazza Duomo, la sera non è che si vedeva molta vita.

Il fatto è che più passo il tempo nella mia città e più mi sento di dare ragione a quei tifosi del Potenza che cantano “Nè pugliese nè lucano ma bastardo materano”. Con tutte le eccezioni del caso – fossi in loro avrei omesso “bastardo” per un più simpatico “meticcio”, come fossimo noi materani un unico cane abbandonato alla prima piazzola di sosta della Salerno-Reggio Calabria -, la nostra storia ci insegna che di tutte le culture e le popolazioni passate a trovarci o dominarci, abbiamo preso se non la massima espressione perlomeno le cose buone. Con alcune eccezioni del caso, tra l’altro pagate a caro prezzo da chi ha cercato di imporre ciò che aveva importato. E’ chiaro che poi, ovunque ci troviamo, sembra che qualcosa, necessariamente, ci manchi. Ma anche di aver recuperato tutto quello che ci siamo persi a Matera.

Siamo lucani perchè qualcuno, tempo fa, decise che questa sarebbe stata la nostra regione d’appartenenza con tutti i saluti del caso alla Terra d’Otranto. Siamo lucani perchè altri decisero che non doveva più essere Matera il capoluogo di questa regione ma un’altra città più vicina alla cosidetta civiltà. Siamo lucani perchè non abbiamo la stessa intraprendenza dei pugliesi ma non siamo poi così effettivamente chiusi a chioccia nè socialmente isolati come le zone interne della nostra regione.

Siamo una cosa a parte, noi materani: ci piace stare di fronte a uno specchio e scorrere la storia e gli anni che abbiamo percorso. Viviamo di Sassi, di millenni dentro le caverne e di un futuro mai nero come in questo momento storico, appunto.

La nostra malavita non è quella che puzza di olio per armi, sangue grumito in strada, zolfo e crisantemi. La nostra malavita è il nostro silenzio, i nostri soldi – pochi per molti e molti per pochissimi -, i nostri appartamenti da quattromilacinquecento euro a metro quadro, la moto di grossa cilindrata parcheggiata in via Lucana, la maglietta firmata e il nostro lavoro da quattro soldi per uno dei padroni locali.

I nostri mafiosi puzzano di colonia, indossano la cravatta e sparano sul nostro futuro. E noi accettiamo tutto questo, a denti stretti e per il quieto viviere. Alla fine resistiamo, come direbbero Falcone e Borsellino.

I mafiosi de noantri sono cartucce già sparate di una programmazione che non c’è, di un esodo costante di cervelli e idee. Il prezzo da pagare per il solo fatto di essere nati alla luce del sole in un posto dove puoi lasciare l’auto aperta correndo, in minima parte, il rischio che te la freghino è quello di restare qui e vivere di sogni. O di andare via e sognare di tornare, un giorno, pieno di regali alla tua città.

C’è gente che si è rotta i coglioni di resistere per vedere il proprio nome sull’ennesima graduatoria dell’ennesimo corso di formazione. Nè pugliesi nè lucani. Ci sarebbe da scrivere una canzone rap con questo titolo.








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