Siamo nati in una terra di confine, noi materani, per cui emigrare diventa poi una scelta difficile. Oppure obbligata.
Difficilmente sniffiamo odore di malavita nella nostra città e, con altrettanta difficoltà, riusciamo a goderci le essenze profumate di vita che i locali alla moda e i negozi delle griffes emanano, come fossero ragazze pronte per la loro prima notte in discoteca.
Lasciare alla memoria questo avamposto lucano vicino alle terre appule è la cosa più semplice e complicata al tempo stesso. Soffriamo della sindrome della unicità di un luogo, noi materani. Ovunque andiamo sembra come se ci mancasse qualcosa e il più delle volte non sono nè mamma nè papà nè tantomento la nostra cameretta. Sappiamo adattarci meno rispetto a un campano o a un pugliese. Non ci lasciamo camorra o Sacra Corona Unita alle spalle, noi; niente morti ammazzati nè scippi e borseggi nel centro storico. Nessun coprifuoco, nemmeno nella più buia via dei Sassi. Ma sentiamo il bisogno della vita in una grande città, l’affacciarci su mondi così lontani da noi, le scorrazzate in questo o quel centro commerciale la domenica pomeriggio. Bari è vicina eppure così lontana. Abbiamo ereditato il peggio dai nostri vicini pugliesi. L’aria fighetta di Altamura e non l’intraprendenza dei suoi commercianti. L’elogio al neomelodico napoletano del tamarro gravinese in trasferta piuttosto che le fiere della cittadina barese. L’amore per il mare di Taranto e il suo golfo piuttosto che raggiungere nuovi lidi che non siano forzatamente Salento e Sardegna. Ma qui rischio di inciampare nei più biechi luoghi comuni, come del materano che si riscopre amante di Piazza Sedile nel mese di agosto 2008. Nota per i non materani: sono secoli che quella piazza è lì e fino al mese scorso, tolti i soliti cani, le solite auto parcheggiate, i ragazzi del Conservatorio e i turisti che vanno sù in Piazza Duomo, la sera non è che si vedeva molta vita.
Il fatto è che più passo il tempo nella mia città e più mi sento di dare ragione a quei tifosi del Potenza che cantano “Nè pugliese nè lucano ma bastardo materano”. Con tutte le eccezioni del caso – fossi in loro avrei omesso “bastardo” per un più simpatico “meticcio”, come fossimo noi materani un unico cane abbandonato alla prima piazzola di sosta della Salerno-Reggio Calabria -, la nostra storia ci insegna che di tutte le culture e le popolazioni passate a trovarci o dominarci, abbiamo preso se non la massima espressione perlomeno le cose buone. Con alcune eccezioni del caso, tra l’altro pagate a caro prezzo da chi ha cercato di imporre ciò che aveva importato. E’ chiaro che poi, ovunque ci troviamo, sembra che qualcosa, necessariamente, ci manchi. Ma anche di aver recuperato tutto quello che ci siamo persi a Matera.
Siamo lucani perchè qualcuno, tempo fa, decise che questa sarebbe stata la nostra regione d’appartenenza con tutti i saluti del caso alla Terra d’Otranto. Siamo lucani perchè altri decisero che non doveva più essere Matera il capoluogo di questa regione ma un’altra città più vicina alla cosidetta civiltà. Siamo lucani perchè non abbiamo la stessa intraprendenza dei pugliesi ma non siamo poi così effettivamente chiusi a chioccia nè socialmente isolati come le zone interne della nostra regione.
Siamo una cosa a parte, noi materani: ci piace stare di fronte a uno specchio e scorrere la storia e gli anni che abbiamo percorso. Viviamo di Sassi, di millenni dentro le caverne e di un futuro mai nero come in questo momento storico, appunto.
La nostra malavita non è quella che puzza di olio per armi, sangue grumito in strada, zolfo e crisantemi. La nostra malavita è il nostro silenzio, i nostri soldi – pochi per molti e molti per pochissimi -, i nostri appartamenti da quattromilacinquecento euro a metro quadro, la moto di grossa cilindrata parcheggiata in via Lucana, la maglietta firmata e il nostro lavoro da quattro soldi per uno dei padroni locali.
I nostri mafiosi puzzano di colonia, indossano la cravatta e sparano sul nostro futuro. E noi accettiamo tutto questo, a denti stretti e per il quieto viviere. Alla fine resistiamo, come direbbero Falcone e Borsellino.
I mafiosi de noantri sono cartucce già sparate di una programmazione che non c’è, di un esodo costante di cervelli e idee. Il prezzo da pagare per il solo fatto di essere nati alla luce del sole in un posto dove puoi lasciare l’auto aperta correndo, in minima parte, il rischio che te la freghino è quello di restare qui e vivere di sogni. O di andare via e sognare di tornare, un giorno, pieno di regali alla tua città.
C’è gente che si è rotta i coglioni di resistere per vedere il proprio nome sull’ennesima graduatoria dell’ennesimo corso di formazione. Nè pugliesi nè lucani. Ci sarebbe da scrivere una canzone rap con questo titolo.
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