Gli pseudonimi possiedono il gran dono – uno dei tanti, a dire il vero – di esprimersi in totale libertà, consci del fatto che non saranno loro a rispondere delle parole che scriveranno su carta o su web ma il povero cristo di complice che li ha creati. Ma uno pseudonimo sa benissimo di portarsi dietro, come un’ombra fedele, il grande fardello di dover seguire il proprio genitore ovunque egli vada. Ecco perchè oggi mi trovo con le palle scese fin sotto il pavimento dell’inferno, probabilmente dove gli effluvi di Belzebù scorrono in totale allegria e in cui sguazzano quei due o tre personaggi che Dante, se avesse scritto la Divina Commedia in età contemporanea, avrebbe sicuramente spedito ai piani bassi del creato.
Il rientro in ufficio è uno degli eventi più catastrofici dell’anno, per la vita di una persona. Ti lasci alle spalle due settimane di puro cazzeggio, l’idea perenne che puoi prendere l’auto da un momento all’altro per raggiungere il lembo di spiaggia o il pezzo di montagna che ti va più a genio, senza dover star lì a fare calcoli, a programmare chilometri e orari e file di macchine su quella statale che ti fa penare quando la percorri e i suoi lati sembrano cimiteri abusivi che speri, ogni volta che li costeggi, di vedere un guard-rail al posto di lapidine e mazzi di fiori.
Fatto sta che in questi giorni di fancazzeggio totale, ognuno di noi cerca di dedicarsi alle attività più disparate. Ho calcolato le ore passate sul letto a leggere e, non senza un evidente senso di orgoglio, ho capito di aver risolto il problema della scarsa lettura in Italia. Solo che adesso devo combattere l’artrosi precoce che mi attanaglia gambe, chiappe e fianchi. E farlo sulla sedia di plastica che ospita, suo malgrado, il mio regale didietro, non è cosa semplice.
Il rientro è un’attività che dovrebbe essere praticata più spesso, da farlo diventare sport nazionale e disciplina olimpica: ti fa capire realmente quello che stai perdendo col passare del tempo e quello che sei e che, invece, potresti essere. E’ nocivo, altamente nocivo: ti fa sognare di essere altrove, desiderare più finestre e meno pc, ma ti impartisce anche una grande lezione di vita: che se non hai un sogno da alimentare, ogni giorno sarà un rientro.
Questa me la segno.
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