Burn After Reading

2 10 2008

Prima di poggiare le mie regali chiappe su una delle 800 poltrone del cineteatro Duni, pensavo di trovarmi di fronte una sorta di fratello ibrido di Slevin, Patto Criminale e un episodio a scelta della saga Ocean’s.

Be’, un po’ ci ho azzeccato, dai. Un po’, per l’appunto. Perchè l’ultima fatica dos irmaos Coen è un condimento di situazioni reali che più surreali non si può. Ancora una denuncia – divertita da un lato, quasi noir dall’altro – della società americana, con le sue paranoie sulla privacy e la sicurezza nazionale (cosa, quest’ultima, che pare non interessare – perlomeno nel film – nemmeno ai russi).

Brad Pitt fa la parte dell’istruttore di una palestra che sembra essere il crocevia di tutti gli intrighi di Washington. Ho scommesso sulla presunta omosessualità del personaggio interpretato da Brad, con un amico che era con me nel cinema.

George Clooney fa la felicità di tutte le donne presenti in sala, con un ruolo che indossa alla perfezione (lo sciupafemminesfigate che rimane tradito dal suo stesso tradimento – vedere il film per comprendere – ).

Appena ho visto Tilda Swinton, l’ho scambiata per la strega cattiva di Narnia, non per la gelida bellezza ma per l’assiderante ruolo affidatole: la moglie di John Malkovic (un momento, tra un po’ arrivo anche a lui). Troppo rigido, il suo ruolo: una pediatra che si incazza pure con un bambino mezzo obeso.

Passiamo all’apoteosi della coeniana surrealità: John Malkovic. E’ grazie al suo lavoro, infatti, che si avvia questa esplosione a catena che porterà a un azzeramento totale (o quasi) dei protagonisti. Fisico e caratteriale. La figura di Malkovic non è per nulla rassicurante: sembra un vecchio nerd con le orecchie a sventola. Dal suo personaggio ci si attende, durante tutto il film, un’azione violenta. E, finalmente, accontenta tutti noi spettatori, regalandoci momenti di violenza riparatrice (per lui) e distruttrice (per chi gli capita sotto tiro).

Parafrasando gli stessi fratelli Coen, con il titolo del loro precedente (capo)lavoro: non è un film per vecchi. Perchè insegna quello che i vecchi già sanno.





Sarti Antonio e la via dell’inferno. Racconti. Vol. 3

14 09 2008

In questo spazio dovrei scrivere recensioni, letterarie e musicali, per quei lettori molto attenti alle mie invettive contro questa società marcia, blasfema e senza speranza, che inquadra i Negramaro nel genere rock (ved. post Scusate se sono incazzato) ma poco avvezza alla lettura e al download di file audio di una certa particolarità. E così, eccomi qua, pronto per la prima recensione.

Si parla di un libro. Una raccolta di racconti, scritti da uno dei massimi esponenti del noir italiano, Loriano Macchiavelli (fino a tre settimane fa, ne ignoravo l’esistenza, quindi non fingerò di essere un profondo conoscitore dell’autore: che ci sta a fare, se no, WikiPedia?)

In quest’opera, l’autore riporta in vita il sergente Sarti Antonio, che lo stesso Macchiavelli aveva deciso di far sparire dalla circolazione. Il motivo? Semplice: Sarti Antonio, personaggio, era divenuto famoso – quindi ingombrante – più del suo creatore. Così, Macchiavelli – non quello de “Il Principe“, anche perchè quello aveva una sola c – decide di lasciare il suo personaggio in balìa di un americano e della sua pistola puntatagli alla testa.

Nei cinque racconti che compongono il volume, Sarti Antonio ci presenta una Bologna marcia, per nulla simile alla dotta e democratica città che pensiamo di conoscere. Omicidi e intrighi si allacciano alle figure losche di un’epoca molto simile all’attuale cronaca nera ( i racconti sono stati editi tra il 1994 e il 2001). C’è spazio per un’ironia amara ma reale, condita dalla storia d’amore che non diventa mai tale – solo a tratti enunciata – del questurino con una prostituta ( l’unica persona capace di ascoltarlo e tranquillizzarlo).

Sarti Antonio, sergente, è attorniato da una moltitudine umana di personaggi, ognuno con il proprio stile, il proprio linguaggio e le proprie disfatte. L’abilità di Macchiavelli sta nel creare questo mondo parallelo, non solo negli intenti, a quello del protagonista, con Bologna sempre in primo piano e mai lasciata in disparte.

La cattiveria dei personaggi non sta tanto nelle azioni che compiono quanto nei silenzi, nelle negazioni di una realtà che sembra essere arrivata al limite ma che sorprende sempre per il cinismo con il quale si ripresenta.

Ho finito di leggere “Sarti Antonio e la via dell’inferno” solo ieri e già mi manca, il sergente con la colite e drogato di caffè.

Volete il voto a stelle o a tazze di caffè? Mettiamola così: se fossi Sarti Antonio, sergente, darei quattro tazzine di caffè al libro. Siccome sono uno pseudonimo molto umano, quattro stelle andranno più che bene.








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